In Italia nascono sempre meno bambini, e sempre più tardi. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2024 le nascite sono scese a 369.944, mentre il numero medio di figli per donna ha raggiunto 1,18, il livello più basso mai registrato. Le stime più recenti indicano un ulteriore calo nel 2025, con circa 355 mila nascite e una fecondità intorno a 1,13. Tuttavia, leggere questo dato solo come una questione demografica rischia di essere riduttivo.
Sempre più spesso, infatti, la scelta di avere un figlio si intreccia con la possibilità — o meno — di sostenere quella scelta nel tempo, dentro e fuori casa. Non si tratta solo di desiderio, ma di condizioni concrete: organizzative, economiche, professionali. È qui che il tema della natalità incontra quello del lavoro.

Genitorialità (im)possibile? Il divario tra desiderio e realtà
Oggi oltre 10,5 milioni di persone dichiarano di non voler avere figli — né nel breve periodo né in futuro. Una scelta che, almeno in parte, si radica in fattori strutturali: un terzo indica motivi economici, mentre una quota significativa richiama direttamente le condizioni lavorative e la mancanza di stabilità.
Accanto a questo, emerge un elemento altrettanto rilevante: la percezione dell’impatto della genitorialità sul lavoro non è equamente distribuita. La metà delle donne ritiene che avere un figlio peggiori le proprie opportunità professionali — una percentuale che supera il 65% tra le più giovani — mentre la maggioranza degli uomini non prevede effetti significativi sul proprio percorso.
Il carico invisibile della cura
È in questo scarto che si inserisce una parte importante del problema: il carico della cura — fatto di tempo, organizzazione, attenzione continua, gestione emotiva — continua a distribuirsi in modo diseguale.
Si tratta di una dimensione spesso invisibile, che accompagna ogni decisione e responsabilità legata alla genitorialità. Una prospettiva che emerge con particolare chiarezza nel lavoro di chi affianca le famiglie nel periodo della gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita, spesso nell’intimità delle mura domestiche, a contatto diretto con ciò che accade nella vita reale: la fatica di tenere insieme tutto, la necessità di anticipare, coordinare, sostenere. Esperienze sul campo che organizzazioni come la European Doula Network — rete che riunisce le doule, professioniste non sanitarie del supporto perinatale, in tutta Europa — hanno raccolto e trasformato in evidenze: il bisogno di accompagnamento non è solo pratico, ma profondamente emotivo e legato al carico mentale.
Il supporto continuativo, in questo senso, contribuisce a ridurre stress e difficoltà nel periodo perinatale. Quando, al contrario, questo carico resta sottostimato, le conseguenze si riflettono direttamente anche sul lavoro: nelle scelte, nelle rinunce — talvolta alla maternità, talvolta alla continuità professionale — e nella possibilità concreta di restare attive nel tempo.
Lavoro e maternità: cosa succede dove la genitorialità è sostenuta
In Italia, una madre su cinque lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio, e addirittura una su due dopo il secondo. Le motivazioni, ancora una volta, sono estremamente significative, legate in particolare alla carenza di servizi e a modelli organizzativi poco flessibili, che rendono difficile conciliare lavoro e cura.
Il rapporto tra lavoro e genitorialità, tuttavia, non è immutabile. Se si guarda ad altri contesti europei, emerge con chiarezza come politiche e condizioni più favorevoli alla cura incidano anche sulle scelte familiari. Paesi come la Francia o i Paesi nordici, dove esistono sistemi più strutturati di servizi per l’infanzia e una maggiore integrazione tra vita professionale e vita privata, registrano livelli di partecipazione femminile al lavoro più alti e, al contempo, tassi di natalità mediamente più elevati rispetto all’Italia.
Non si tratta di modelli perfetti, ma di realtà in cui la genitorialità è riconosciuta come una dimensione sostenibile nel tempo, anziché di un elemento di rottura rispetto al percorso professionale. Esempi validi per dimostrare un assunto: quando le condizioni cambiano in meglio, si moltiplicano le possibilità reali di scelta.
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Il ruolo delle aziende
È in questo spazio che il ruolo delle aziende diventa decisivo, perché è nel lavoro quotidiano — nelle scelte organizzative, nei ritmi, nelle aspettative implicite — che si costruiscono le basi per sostenere la genitorialità.
Quando questo contesto manca, il carico resta individuale e le soluzioni diventano inevitabilmente private: ridurre, rinunciare, rimandare, spesso in silenzio. Se invece il lavoro riconosce la complessità della cura, cambia anche il modo in cui le persone possono restare, crescere, immaginare il proprio futuro.
Alcune aziende stanno iniziando a muoversi, anche attraverso strumenti non convenzionali. È il caso, ad esempio, di Gruppo CAP, che ha scelto di affrontare il tema del carico emotivo e degli stereotipi legati alla genitorialità attraverso “Nutrire la mente”, un format basato sull’ironia e la stand-up comedy. Un modo diverso per creare consapevolezza, abbassare le difese e aprire uno spazio di confronto reale all’interno dell’organizzazione.
Qui si apre un’opportunità concreta per le aziende: non solo trattenere competenze, talenti e risorse, ma contribuire a creare una nuova cultura di responsabilità condivisa, in cui lavoro e vita possano stare insieme — davvero — senza che una scelta escluda l’altra.
