Cos’è la PMA e perché il fenomeno è così esteso
La PMA comprende l’insieme delle tecniche mediche che aiutano il concepimento quando non avviene per via naturale: dall’inseminazione semplice (I livello) alla fecondazione in vitro (II-III livello), con o senza gameti donati. In Italia, secondo la Relazione al Parlamento sulla Legge 40, nel 2023 sono state 89.870 le coppie che hanno fatto ricorso alla PMA, per 112.804 cicli iniziati e 17.235 bambini nati, il 4,4% circa di tutti i nati vivi nell’anno.
Dal 2004 sono oltre 217.000 i bambini nati grazie a queste tecniche, l’equivalente della popolazione di una città come Padova. Le cause si dividono quasi equamente tra fattore femminile, maschile e misto, circa il 40%-40%-20%: un dato che da solo smonta l’idea che sia “un problema della donna”. Numeri che raccontano un fenomeno strutturale: se una persona su cinque nella popolazione in età fertile passa attraverso questo percorso, ogni azienda di dimensioni medio-grandi ha, in un dato momento, dipendenti che lo stanno vivendo, anche senza dirlo.
Cosa comporta concretamente, per chi lo attraversa
Un percorso di PMA non è un singolo appuntamento medico: è una sequenza di esami, stimolazioni ormonali, monitoraggi ecografici a giorni alterni, prelievi, transfer, attese di due settimane per sapere l’esito, spesso ripetuta più volte nell’arco di anni. C’è tutta una logistica invisibile che chi non l’ha vissuta fatica a immaginare: le iniezioni vanno fatte sulla pancia, spesso in pieno orario lavorativo, e capita di doversi chiudere in bagno in ufficio per farsi una puntura, o di dover trovare un momento e un angolo per inserire ovuli di progesterone nel bel mezzo di una giornata di riunioni.
In Italia non esistono permessi specifici per la PMA: si usano quelli ordinari di malattia, adattati a un percorso che avrebbe bisogno di una cornice propria.
E poi ci sono i momenti in cui la PMA smette di essere un termine medico e diventa un lutto concreto, che arriva nel posto più inaspettato.
— Ricordo la mattina in cui, in tram diretta al lavoro, ho ricevuto la chiamata dell’embriologo: nessuno degli ovociti prelevati si era fecondato. Non c’era un posto dove fermarmi a piangere, non c’era un momento privato per chiamare il mio compagno e dirglielo davvero. Ho rimesso in tasca il telefono, sono scesa dal tram, sono entrata in ufficio e ho passato la giornata a fare finta che tutto fosse normale, con quel lutto chiuso dentro. —
Il fallimento, in questo contesto, non è un dato statistico neutro: è una ferita che si ripete, e ogni nuovo tentativo comporta un investimento emotivo che si somma al precedente, senza garanzie di esito, mentre il lavoro non si ferma per accogliere quel tipo di dolore.

Uomo e donna: esposizioni diverse
Sul piano medico l’infertilità coinvolge in eguale misura donne e uomini, ma l’esperienza vissuta non è simmetrica. È la donna a sottoporsi fisicamente alla maggior parte delle procedure, terapie ormonali, esami, interventi, mentre il futuro padre si trova spesso in una posizione di accompagnamento, con minore riconoscimento sociale del proprio carico emotivo. Accompagnare non significa restare fuori dal dolore: significa viverlo da un punto di osservazione diverso, spesso più impotente, in cui non si può intervenire sul corpo ma si assiste, giorno dopo giorno, alla fatica e alla paura dell’altra persona, senza sempre avere le parole o lo spazio per dire quanto pesi anche per sé.
È un carico silenzioso, che la cultura tende a minimizzare proprio perché non è visibile e non passa attraverso il corpo.
Questa asimmetria ha una conseguenza diretta sul lavoro: la richiesta di permessi, la necessità di assenze improvvise, la fatica da gestire in ufficio gravano quasi sempre più su un lato della coppia che sull’altro. Ma è proprio in questi momenti che la vicinanza reciproca conta di più: sapere che l’altro è presente, anche solo per esserci a un controllo o per ascoltare senza dover risolvere nulla, può fare la differenza tra affrontare il percorso in due o sentirsi sole anche dentro la coppia.
Le aziende che riconoscono questo squilibrio, per esempio consentendo anche al partner non direttamente coinvolto nelle procedure di usufruire di permessi o flessibilità per accompagnare, mandano un segnale importante: che il percorso non è un problema individuale da gestire in solitudine, ma un’esperienza di coppia che merita spazio da entrambe le parti.
Cosa fanno le aziende all’estero: casi concreti
Nel confronto internazionale emergono policy strutturate, non semplici dichiarazioni di intenti.
Il denominatore comune non è solo il beneficio economico, ma il segnale culturale: se un’azienda riconosce esplicitamente la fertilità come un tema di welfare, chi lo vive non deve più “confessare” nulla per ottenere supporto — la condizione è già prevista, a prescindere dal singolo caso.

La situazione in Italia
In Italia il quadro delle tutele sanitarie sta compiendo i primi passi strutturali: con l’entrata in vigore dei nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e del tariffario unico, la PMA è garantita dal SSN tramite ticket in tutta Italia (fino ai 46 anni e fino a un massimo di 6 cicli).
Ma sul piano lavorativo e normativo la tutela manca ancora di una cornice propria: non esistono permessi dedicati specifici per la PMA, e le persone sono costrette a gestire le assenze tramite la malattia ordinaria, le ferie o i permessi personali.
Sul fronte del welfare aziendale e integrativo qualcosa inizia a muoversi: fondi come CADIPROF rimborsano i trattamenti fino a una definita soglia di spesa a tentativo per un massimo di tre cicli, e realtà come Insieme Salute hanno iniziato a includere la PMA tra le prestazioni coperte. Sono passi importanti, ma restano iniziative frammentate: la maggior parte delle persone in percorso di PMA in Italia deve ancora conciliare il lavoro e le terapie senza alcuna tutela specifica.
Perché in azienda non ci si sente legittimati a parlarne
Il tema resta silenzioso non perché sia irrilevante, ma perché il retaggio culturale lo classifica ancora come “questione privata”: si teme di essere percepiti come meno affidabili, meno disponibili, meno performanti. Eppure a volte basta un piccolo segnale casuale a rompere quel silenzio meglio di qualsiasi policy scritta.
— Un giorno il mio capo ha aperto il cassetto della mia scrivania e ha riconosciuto la scatola di progesterone che usava anche sua moglie: ha capito, senza che dicessi una parola, cosa stavo affrontando. Non è stato imbarazzo, è stato il segno di quanto il tema sia più diffuso e vicino di quanto le aziende pensino, e di come basti poco, a volte, per abbattere una distanza che sembrava enorme. —
Ma non si può contare sul caso: il timore di non sentirsi legittimati nasce dall’assenza di segnali espliciti da parte dell’azienda che dicano che questo tema è considerato, anche senza doverne parlare.
Cosa può fare un’azienda per supportare chi affronta la PMA
Il punto chiave, spesso trascurato, è che il supporto deve poter esistere anche per chi non vuole o non può dichiarare nulla, come nella chiamata sul tram che nessuno intorno poteva immaginare. Le condizioni si creano a monte, non richiedendo la confessione individuale:
- Politiche di flessibilità oraria e possibilità di modulare la presenza (smart working, orari elastici) accessibili senza dover motivare la richiesta nel dettaglio
- Permessi dedicati distinti dalla malattia generica, con procedure di richiesta discrete gestite da un canale riservato, non dal manager diretto
- Spazi fisici privati in ufficio dove poter fare una telefonata delicata, un’iniezione, o semplicemente fermarsi un momento
- Formazione di HR e management sul tema, per evitare domande o commenti che aumentino il disagio di chi è in percorso
- Copertura assicurativa o convenzioni con fondi di welfare che includano esplicitamente la PMA tra le prestazioni rimborsabili, come già fanno alcuni fondi italiani
- Supporto psicologico incluso nei piani di welfare, accessibile in forma anonima
- Comunicazione interna esplicita che normalizzi il tema, così che l’esistenza della policy non dipenda dal fatto che qualcuno la chieda
La differenza tra un’azienda che dichiara attenzione e una che la pratica davvero sta in questo: la prima aspetta che il dipendente si esponga, la seconda ha già costruito le condizioni prima che qualcuno debba raccontarlo.












